io, la pasta e i se

giovedì 30 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 35 commenti


Se un giorno mi dovessero chiamare per andare all'Isola dei Famosi e dovessi scegliere solo 3 cose da portare con me, sceglierei una bella pentola, una forchetta e della pasta, tanta pasta.
Dite che non si può? Allora non ci potrei andare all'Isola dei Famosi.
Se tornassi a vivere farei la pastaia, anche se probabimente sarei obesa, molto obesa.
Se in quei giochi che si fanno da bambini, ma anche da adulti, mi chiedessero cosa sarei se fossi una pietanza, risponderei un piatto di pasta, senza pensarci su 2 volte.
Se dipendesse da me i pastifici di Gragnano sarebbero le aziende più prospere d'Italia.

Indovinate che ricetta vi propino oggi?
Un piatto di pasta, ça va sans dire


TUBETTONI COZZE, PATATE E PROVOLE DEL MONACO

per 4 persone
300 g di tubettoni
800 g di cozze ben pulite
4 patate di medie dimensioni
1 spicchio d'aglio
olio
provolone del monaco

Sbucciare le patate e tagliarle a cubetti, saltatele in un tegame largo con un filo d'olio.
In un tegame con coperchio fate aprire le cozze con un filo d'olio ed uno spicchio d'aglio. Tenete da parte il liquido filtrato con uno strofinaccio di lino bianco. Sgusciate le cozze.
Lessare la pasta in abbondante acqua poco salata ben al dente e coservare un po' di acqua di cottura. Versare la pasta nelle patate, aggiungere il liquido delle cozze, eventualmente un po' di acqua e portare a cottura. Aggiungere le cozze e in ultimo una bella grattata di provolone del monaco, se molto stagionato andateci piano

don Vincenzo, Nicola, Giuseppe e il raccolto

lunedì 27 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 37 commenti

Queste sono le mani, felici, di don Vincenzo.

Don Vincenzo vive in Puglia in un paesino dalle parti di Lucera, nel foggiano, e fa il contadino, per tutta la sua vita ha coltivato grano duro.
Suo figlio Nicola, invece fa il mugnaio, macina il grano del padre e quello dei contadini della zona che non hanno ceduto alle lusinghe della Comunità Europea, e ne ricava semola.





Nei giorni scorsi don Vincenzo e Nicola sono stati alle prese con il raccolto, come da tradizione attorno al 13 di giugno, Sant'Antonio.
Hanno atteso con pazienza che le spighe piegate dal peso dei loro chicchi raggiungessero il colore dell'oro e per 10 giorni sono stati travolti da una giostra magica ed ipnotica; per 10 giorni uomini e macchine, come in una danza ordinata, hanno spogliato, disegnandoli, i campi dorati; per 10 giorni il molino di Nicola è stato occupato da un viavai di carretti pieni di grano mietuto.
Il grano è stato stivato momentaneamente in silos in alluminio ventilati per essere raffreddato, poi verrà depositato in silos di cemento, dove non patirà gli sbalzi termici, poi finalmente, come per magia, diverrà semola.

Quest'anno don Vincenzo e Nicola non credono ai loro occhi: pare che questo sia il miglior raccolto degli ultimi 10 anni e pare anche che la natura quest'anno si sia divertita a sovvertire alcune delle sue regole, don Vincenzo e Nicola pensavano che un grano con un elevato peso specifico potesse contenere una percentuale di proteine non altrettanto elevata e che quantità e qualità non sempre andassero a braccetto.
Quest'anno hanno dovuto rivedere le loro convinzioni.


Queste sono le mani di Giuseppe, pastaio di Gragnano, anch'esse felici, il grano raccolto da Vincenzo e macinato da Nicola finirà nella sua pasta.



Molini De Vita, Via Donizetti 16 - 71033 Casalnuovo Monterotaro, Foggia
Pastificio dei Campi via dei Campi 50, Gragnano, Napoli

le amarene e il rito delle quarantine

giovedì 23 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 58 commenti


Le amarene sono merce rara, non ho mai capito perchè sia così difficile trovarne in giro.
Qualche anno fa per far fronte a questa carestia ne ho piantato un albero nel giardino dei miei, ancora nulla, la pianta cresce ma di frutti neanche l'ombra per ora.
Pazienterò, la pazienza è la virtù dei forti anche se non è tra le mie doti.
Tornando alle mie amate amarene a me piace da morire quella sorta di rito che si compie nella preparazione delle cosiddette quarantine.
Per 40 giorni e 40 notti le amarene diventano il vostro piccolo da accudire, si curano e si spostano seguendo i raggi del sole, si agitano di tanto in tanto, si riparano se è brutto tempo e allo scadere dei 40 giorni si conservano gelosamente e si centellinano nel corso dell'anno perchè non sono mai abbastanza.


AMARENE QUARANTINE
Lavare e asciugare le amarene (devono essere belle sode), eliminare il picciolo e il nocciolo con l'aiuto di uno snocciolaolive così che rimangano intere, in mancanza aiutatevi con uno spillo.
Pesare le amarene e sistemarle con cura in un vaso di vetro intervallandole con lo stesso quantitativo di zucchero semolato pigiando per bene.
Chiudere il vaso e metterlo al sole per 40 giorni agitandolo di tanto in tanto e riparandolo in caso di maltempo.
Vedrete che già dopo qualche ora una piccola parte dello zucchero si sarà sciolta ed il livello delle amarene nel barattolo si sarà abbassato.
Allo scadere dei 40 giorni (ma se vi trovate nel Sud del mondo anche prima) lo zucchero si sarà sciolto del tutto ed avrà formato un bel liquido scuro e le amarene saranno rimaste belle sode.
Conservare in frigo per tutto il tempo che volete (durano molto a lungo, anche 1 anno) ed utilizzare il liquido e le amarene a piacimento.
Sono ottime sulle zeppole di San Giuseppe, ma anche nel pasticciotto crema e amarene, o su un gelato o su un dolce al cucchiaio.
Il sugo diluito in acqua fredda è un ottimo dissetante

Tra un mesetto circa lo strato di zucchero sul fondo dei barattoli si sarà completamente sciolto e le amarene saranno pronte per l'uso

la classe non è acqua ma è bianca calicanta

lunedì 20 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 34 commenti

Potete minimamente immaginare quanto possa essere difficile, stressante ed anche frustrante scattare foto ad un picnic calycantho?
Avete lì Maurizio, Il Fotografo (non un fotografo), e Maite, la sua degna allieva, e voi non potete far altro che pensare che qualunque scatto facciate sarà certamente banale ed inadeguato, che il taglio della foto sarà sbagliato, come la luce e pure le ombre, per non parlare del bilanciamento del bianco: una tragedia, visto e considerato che il suddetto picnic è rigorosamente in bianco.
Ma io in qualche modo dovrò pur raccontarvelo il picnic-cena-aperitivo allestito dai calycanthi al gran completo giovedì sera al Vivibistrot in Villa Pamphili a Roma, perchè certo le parole servono e, come diceva qualcuno che amo molto, sono importanti, ma io devo assolutamente mostrarvele questa scenografia e questa atmosfera tutte calycanthe.






Devo mostrarvi i conetti con i pop corn, i fiori di carta, le cornici e gli uccelli svolazzanti, i pani appesi, i pon pon, le cassette.








E qualche volto e qualche pancia noti visti lì per caso, mica possono passare sotto silenzio?





Quindi, fotografo caro e Maite carissima, fatemi una cortesia, leggendo questo post chiudete gli occhi quando scorrendo arriverete alle foto. Marie, tu, invece, gli occhi puoi tenerli aperti.
Alla prossima, amici.
Messaggio a tutti gli avventori di questo blog: se volete vedere delle Signore Foto vi consiglio di andare dai calycanthi in persona pissonalmente

il parto e i baci di dama

giovedì 16 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 32 commenti


Pare che mangiare biscotti, baci di dama in particolare, induca il parto.
Non ve lo avevano detto?
Si, è proprio così, lo giuro, è scientificamente provato su un significativo campione di ben 2 donne, pare funzionino meglio dell'ossitocina.
Certo dovete essere di sesso femminile, incinte, primipare e dovete aver superato la 37esima settimana di gestazione.
Se vi doveste trovare in questa situazione fate anche voi, come aveva fatto già Virginia, i baci di dama di Sarah, nel giro di pochi giorni partorirete, è garantito.

BACI DI DAMA

(per un centinaio di mezzi gusci da circa 7/8 g)
300g burro
1 tuorlo
150g zucchero a velo
150g nocciole macinate fini
430g farina 00
10g cacao amaro
un pizzico di sale alla vaniglia
vaniglia a piacere

cioccolato fondente qb per incollare i baci (meno di una tavoletta)

Lavorare il burro e lo zucchero fino ad avere un composto bello spumoso: aggiungere poi il tuorlo, un pizzico di sale e la farina bianca.
Aggiungere il cacao e la farina di nocciole. A questo punto formare delle palline di circa 7/8 g. A me piacciono piccini, che si possa fare un sol boccone.
Senza alcun riposo in frigo, disporre le palline un po' distanziate sulla placca foderata di carta forno e cuocete a 180° per una decina di minuti.
Sciogliere il cioccolato fondente a bagnomaria, immergere dal lato piatto un biscottino e unirlo ad un altro, fino ad esaurimento degli ingredienti (io non ho immerso il biscotto ma mi sono aiutata con un cucchiaino onde evitare sbrodolamenti eccessivi).

io, la garofalo e la gente del fud

lunedì 13 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 49 commenti


Io e Pasta Garofalo abbiamo una storia.
Quando circa un paio di anni fa pensai di organizzare un contest sulla pasta, mi venne naturale pensare di contattare chi produce la pasta che compro e che mangio ogni giorno.
Mandai, molto scettica e titubante, una timida mail all'indirizzo che trovai sul sito internet della Garofalo, quasi certa che mai avrei ricevuto risposta. Erano tempi quelli in cui non esisteva una grande interazione tra aziende e web, le aziende conoscevano poco i blog e li annusavano con diffidenza ed i blog erano ancora una piccola setta di nonsisabenecosa.
Incredula dopo poche ore ebbi una risposta entusiasta da un tal Giorgio Marigliano e quel giorno cominciò la mia amicizia con la Garofalo, con Emidio Mansi (l'oramai celebre direttore commerciale senza cravatta), con Piero de Luca, con Rita, con Flavia, con l'ing. Menna, con Luca de Luca
Misero in palio per il vincitore il corrispettivo del suo peso in pasta, tra le tante arrivò la ricetta di un certo Arteteca: la cacio e pepe alla Giudia, splendida, vinse.
L'amicizia è andata avanti ed è poi cresciuta e la Garofalo nel frattempo ha cominciato con grande garbo, competenza ed attenzione ad avvicinarsi sempre più al grande e variegato, quanto difficile, mondo blogger.

In seguito c'è stato il Salone del Gusto a Torino per il quale la Garofalo, sponsor istituzionale, ha organizzato un concorso per selezionare 10 blogger che si esibissero da protagonisti in una cucina per loro allestita al Lingotto, ed io ero tra quei 10, insieme, tra gli altri, ai Calycanthi (in quell'occasione conosciuti di persona e più lasciati), Elvira (la mia amica di pasta sessions), Arteteca (altrimenti detto l'assopigliatutto dei contest), Giovanna (amica e socia di scorribande culinarie), ci sentimmo tutti subito come a casa.
Proprio al Salone del Gusto, per la prima volta, ho sentito parlare di Gente del Fud, della filosofia delle cose semplici e dei sapori dimenticati, dei prodotti, dei produttori e delle loro storie, della passione e dell'amore per ilproprio lavoro e del saper godere anche per un piatto di pasta al pomodoro.
Oggi la Gente del Fud è cresciuta è diventata un progetto nuovo, una via di mezzo tra un social network ed una wikipedia del food, che da settembre sarà on line e che ci è stata presentata lo scorso week end in un riuscitissimo mega raduno blogger (il primo di una simile portata).
La Garofalo ha scelto un centinaio di blogger (tra i circa 2000 che pare bazzichino sul web) e li ha coinvolti per creare una sorta di grande archivio in continua evoluzione, con tanto di mappa, degli innumerevoli prodotti e produttori di cui l'Italia (e non solo l'Italia) è piena, archivio che poi chiunque potrà consultare. Un modo questo per far uscire dall'ombra e raccontare anche le piccole realtà e per aprire il mondo dei blog, a volte chiuso in se stesso, all'esterno
Spiegare come funzionerà esattamente "Gente del Fud" senza avere avanti la versione beta (per chi non lo sapesse in informatica la versione beta è quella di prova, io prima di ieri non lo sapevo) non è cosa semplice.
Abbiate, quindi, la pazienza di aspettare fino a settembre.
Fino a settembre vi basti sapere che anch' io sono Gente del Fud e lo ero già prima



Per la cronaca,stanotte sono diventata zia di Giuseppe!!!

festa a vico quest'anno

giovedì 9 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 16 commenti


Quello che sopra ogni cosa mi piace della festa a Vico, che è poi anche quello che la rende unica nel suo genere e che mi auguro mai si perda, è l'atmosfera goliardica, complice e conviviale che si respira.
Arrivare al Bikini il lunedì pomeriggio intorno alle 18 e il giorno dopo alla stessa ora alle Axidie, prima che il sipario si alzi e lo spettacolo si animi, prima che il divismo abbia la meglio, prima che il sole tramonti, prima che la folla fastidiosamente incomba (quest'anno alle axidie decisamente troppa), e godersi l'allegra animazione dei preparativi, curiosare con tutta calma e scambiare 4 chiacchiere con gli chef e con chi normalmente lavora dietro le quinte lontano dai riflettori, è il modo migliore per godersi lo spirito amicale della Festa a Vico, anzi per me è proprio questa la Festa a Vico.
In fondo, come diceva qualcuno che amo molto, la felicità è nell'attesa che essa si compia.
Ma procediamo con ordine e spieghiamo ai pochi che non ne fossero a conoscenza, cos'è la festa a Vico, cosa avviene al Bikini e cosa alle Axidie.
La Festa a Vico, nata qualche anno fa un po' in sordina, oggi diventata un evento molto mondano forse un po' troppo, come dice la parola è una festa, che Gennaro Esposito, chef campano, per anni ambasciatore dei prodotti della sua e della mia terra, organizza nella sua Vico Equense, in cui gli invitati sono grandi chef che cucinano divisi in 2 serate, la prima, quella degli emergenti al Bikini, la seconda dei grandi alle Axidie, il cui ricavato viene devoluto al Santobono, ospedale pediatrico napoletano e da quest'anno anche a Marevivo.
Immaginatevi di trovarvi in una sagra di paese di livelli eccelsi, dove quando vi avvicinate ai banchi non trovare la sora Lella o Peppin 'o zuzzus con la grattachecca, 'o per' e muss' e i brigidini, ma Mauro Uliassi che vi serve un panino con la sua porchetta, Nino Di Costanzo con una sua versione della girella di quando eravamo bimbi o Tonino Cannavacciuolo con un piatto di lumache.
E potrei andare avanti facendovi un lungo elenco di più di un centinaio di chef tra i migliori in Italia, anche se quest'anno, sebbene annunciati, mancavano proprio i più grandi: Massimo Bottura, Niko Romito, Andrea Berton, Davide Scabin, Pino Cuttaia.
Se finora vi ho tessuto le lodi della festa a Vico non posso non fare qualche piccolo appunto, niente di grave per carità, ma mica si può sempre e solo parlare bene.
Quest'anno decisamente troppa confusione, il numero chiuso alle axidie non è stato troppo chiuso e ci sono stati dei momenti in cui camminare era praticamente impossibile.
Il pranzo del lunedì organizzato per gli ospiti, che l'anno scorso a Villa Cimbrone a Ravello era stato una vera chicca, quest'anno non è stato all'altezza della bellissima cornice dei Galli.



Menzioni d'onore per:
la perfetta organizzazione dello staff del bikini;
la cipolla caramellata con cui anche quest'anno Matias Perdomo del Pont de fer di Milano ci ha deliziato;
la testina di maiale ripieno di gamberi di Adriano Baldassarre;
il panino con salsiccia ai 3 fegati preparata da Gionata Rossi con la carne di Paolo Parisi;
il vitello oll'olio 2011 di Vittorio Fusari;
lo chiccosissimo tiramisù di Enrico Cerea;
i macarons di foie gras di Valeria Piccini

e soprattutto una menzione d'onore va a chi non c'era ma avrebbe dovuto esserci.

Quest'anno i miei inseparabili e splendidi compagni d'avventura sono stati, oltre naturalmente a Giovanna, Maite e Marie e Fabrizio, che ha ironicamente sopportato tutta da solo 4 donne.
Già mi mancano...

Qui festa a Vico 2010

la guerra delle gelse

lunedì 6 giugno 2011

Pubblicato da Lydia 30 commenti

Giugno è il mese in cui casatzatziki è sul piede di guerra.
Una guerra all'ultimo sangue che va avanti da anni, senza esclusioni di colpi, tra la famiglia tutta e il prolifero albero di gelse.
Ogni anno si contano morti e feriti: l'anno scorso abbiamo pianto n.4 camicie bianche, n.3 cuscini imbottiti, n.2 pantaloni kaki, per non parlare delle innumerevoli tshirt, bermuda e polo, tutti eroicamente caduti sul campo per patacche indelebili di gelse.
Si, perchè il gelso è peggio di una sirena ingannatrice, prima ti attira facendo bella mostra dei suoi succosi frutti, poi non appena ti avvicini, con fare dispettoso e impertinente li lascia cadere senza pietà alcuna, facendo centro su qualunque cosa di immacolato ci sia a tiro.
Mia madre, poi, ha preso particolarmente a cuore la vicenda: continua compulsivamente e nevroticamente a spazzare e lavare il pavimento su cui i frondosi rami del gelso si affacciano e lui, il gelso, divertito oltre che solleticato, continua a beffeggiarsi di lei giocando al tiro al bersaglio.

Con le mani e le unghia viola per ora vi lascio una cremolata di gelse, come l'anno scorso ne avevo fatta di fragole.



CREMOLATA DI GELSE

700 g di gelse
300 g di zucchero semolato
2 arance
2 limoni
350 g di latte parzialmente scremato

Lavare le gelse, schiacciarle con la forchetta o con il minipimer al minimo, aggiungere il succo delle arance, dei limoni e mettere in frigo per un paio di ore.
Nel frattempo scaldare il latte con lo zucchero, senza farlo bollire, fino a far sciogliere lo zucchero completamente, quindi far raffreddare.
Unire i 2 composti e mettere in freezer per 6 ore circa, mescolando di tanto in tanto, oppure lo si può lasciare tutto il tempo che si vuole, basta ricordarsi di tirarlo fuori almeno un paio d'ore prima di consumarlo.
Una comoda alternativa può essere quella di mettere la cremolata nelle formine per il ghiaccio e mettere i cubetti nel cutter prima di servirla
La consistenza che si deve ottenere è tipo quella di una granita più cremosa.